Ci avviamo velocemente verso l'estate. Oggi PAU, prove di accesso all'Università per mio figlio minore, rito di passaggio non esento di difficoltà. Levataccia anche per me, che mi devo preparare per andare a scuola e continuare a correggere i compiti degli alunni del terzo NI, altro rito di passaggio.
La jacaranda davanti alla finestra dello studio dove ora scrivo sta per sbocciare in fiori azzurri. Sarà la prima volta nei cinque anni che abitiamo questa casa con giardino comunitario.
Di che cosa dovrei parlare, dello sciopero di ieri, della macchia di petroleo del Golfo del Messico, delle misure di riduzione della spesa pubblica della Merkel, che tra l'altro ha toccato i numeri dell'esercito? Tutte cose che ho sentito alla radio mentre accompagnavo, come dicevo, mio figlio al treno...
[La Scuola sotto la neve, 8 marzo 2010, foto di Georgina Carbó?]
Di colpo siamo a maggio.
Non so con che cosa mi sono distratta... credo di essermi addormentata alla fine di settembre, che iniziavamo le lezioni (facce nuove, facce già conosciute, un via vai di sorrisi, ciao, hai un momento per me?, senti, io,... ) ed ora che mi sveglio siamo già a maggio e sta finendo l'anno scolastico, che è poi il mio anno, il mio tempo da quando avevo cinque anni e mi hanno finalmente portata a scuola -non ne potevo più, di casa, io figlia unica, da sola con la mi mamma e la nonna-... sta finendo l'anno scolastico e poi tutti quei rapporti da cui è intessuta la vita di tutti i giorni, le classi, gli alunni, spariscono per me ed io per loro.
Intanto che crediamo di stare, noi, aiutando ad imparare qualcosa -una lingua- e di stare lì per impararla (gli alunne, le alunne, loro), qualcos'altro, la vita? sta circolando tra di noi. Passiamo ore ed ore insieme, a litigare con i testi, con i fogli in mano, muovendo sedie (mai ben collocate a gusto mio), sparlando della qualità dell'immagine del video, allegando poi documenti via Internet, fornendo spiegazioni, ... loro: Non son potuta venire ieri ... posso fare il controllo del libro mercoledì? - Questo?, noi, No, tra quindici giorni ...
Ci vediamo tra di noi più ore di quante vediamo figli, compagni o compagne, suocere, mamme, ... Va a finire che, delle alunne, degli alunni, ne sappiamo più che dei propri compagni, figlie e papà:
Chi ha subito un intervento, chi ha trovato finalmente lavoro, chi sono già nove mesi di disoccupazione; ad una le è morta la madre, all'altro la moglie gli si è ammalata. Chi ha il cane, chi ha adottato una gattina; chi sparisce perché deve seguire il figlio durante il pomeriggio a casa, chi sta preparando un lungo viaggio, chi ha consociuto qualcuno di molto particolare, chi si sta separando, chi sa cucinare chi la cucina non ce l'ha ancora nella casa nuova, chi scrive, chi ha iniziato un corso di medicina naturale... Chi si è laureata, chi ha un fratellino e lo accompagna a scuola, chi fa i compiti in cucina, ...
Tutte queste cose ed altre sappiamo ed altre ancora le intuiamo, crediamo di saperle quella volta che in classe c'è stata una parola più alta dell'altra, un discorso ara parlaré en català perquè m'entengueu tots..., eggià, quell'altra volta che non siete arrivati all'ora di sempre e quando avete detto che preferivate lavorare da soli...
E di colpo, maggio, ed ognuno parte per la sua strada. E noi accoglieremo altri studenti l'anno prossimo, e voi altre cose (forse un'altra volta un corso d'italiano) perché bisogna cambiare nella vita e mai fermarsi, e tutto questo si sta già preparando ora, che siamo solo a due maggio, e lo so, sarà come sempre, non so veramente, non saprei dire che cosa mi ha fatto distrarre...
Sentito alla stazione del metro Diagonal, linea verde. "Demà piove", chiaramente in bocca di una turista? italiana che ha voluto usare la lingua del posto, o stava leggendo il giornale, o l'aveva sentito alla radio. Bene se pensava di stare parlando la lingua del posto, cioè, lo spagnolo (!); bene se aveva scelto la lingua del posto, cioè, il catalano.
Infatti, domani, cioè, oggi, è piovuto. Buon primo maggio dei lavoratori, delle lavoratrici.
[invece di scrivere: passeggiare e fare foto. Banyoles, mercoledì santo 2010]
Un blogghista a cui ho appena mandato un messaggino con un consiglio di scrittura mi si lamenta della fatica di scrivere (il suo blog) senza ricevere appena riscontro dei lettori. Lui ha un aggeggio contavisite e ne registra un sacco... senza che però lascino traccia alcuna in forma di commenti.
Già, mi viene da dirgli, succede.
Il blogghista di cui sopra è anche poeta ed è stato anche premiato (con premi veri, quelli con tanto di pubblicazione e soldini). Mica mi verrà dire che riceve numerosi complimenti e felicitazioni per la sua attività e men che meno commenti delle poesie... È dura, la vita, come suol dire il nostro Jaume Cabré, che ora forse ha saputo del miele del successo, ma duramente guadagnato,... e dura è l'attività dello scrivere: è tempo, è fatica, è scelta: mentre scrivi non fai un'altra cosa che forse ti fruterebbe un instantaneo godimento, approvazione.
Scrivevo ... o scrivo? anch'io un blog e sicuramente c'è qualcuno dall'altra parte che mi legge e tace. Per no saper cosa dirne, per non sentirne il bisogno, per non sentire ahimè la mia richiesta: "Che ve ne pare?" Quando non mi mancano i commenti poi, mi manca essere stata capita come io vorrei. Proprio come, viene da dire, proprio come nella vita!
Sicché... pazienza cari miei e pazienza mia cara. Il blog rimane tuttavia un cassetto pieno di testi, una piccola o grande memoria dove andare a cercare cose perdute o quasi dimenticate, testi che posso rileggermi sempre che li avrò dimenticati.
Dopo tutto, che pretendiamo, se ci sono al mondo tanti scrittori e così pochi lettori che non scrivano anche loro?
A volte vorresti scrivere su un’impressione ed un giudizio che ti sembrano vivissimi come si scrivono i sogni al mattino presto, prima e per paura di dimenticarli…
Ieri ho visto, insieme a mio figlio, La strada, poco dopo essere andata con gli alunni al Caixafòrum dove è esposta la mostra dedicata a Fellini.
Seduta io, lui sdraiato sui divani, abbiamo accompagnato ‘sta donna, Gelsomina, soffrendo con lei da casa. Mio figlio si lamentava: “Io capisco personaggi cattivi, ma non reggo un personaggio come Lei... “. Poi durante la notte io ci ho riflettuto
Ma, chi è questa donna, Gelsomina?
La proiezione del desiderio maschile: la purezza, l’autenticità, l’offrenda di se stessa, ... Gelsomina trova il proprio luogo nel mondo nell’esistere per l’uomo (“Se non ci stai tu insieme, chi ci sta?” le dice l’Angelo).
Non sa cucinare, non è bella (“sembri un carciofo”... pur sempre un fiore è, ma chi se ne ricorda?), è magra, non le piace nemmeno fare all’amore... che vuole ‘ sta donna? E a che serve ‘sta donna? È la ragazzina –madre (la madonna?) del bambino-uomo, poveraccio lui, ubriacone, violento, che va con le donne (ce le ha tutte, perbacco!)
Lei, la donna dedicata a lui, grandi occhi di meraviglia, in cui si legge l’allegria e la tristezza, due lacrimucie a volte. La donna venduta dalla madre, badate bene, alla morte del padre, per avere in casa una bocca meno da sfamare (non era la morte della madre, che getta Cenerentola in braccio alla disgrazia?)
Cos’ha avuto da questo suo uomo dal nome strano, Zampanò? Un capotto ed un paio di scarpe, un piatto a tavola ed un posto per dormire al freddo. Quando decide di scappare gliele riconsegna...
Non riceve aiuto da nessun uomo. L’Angelo è chiamato così, non perché faccia il funambolo, non crediate, ma perché non sembra avere nessun interesse sessuale nella ragazza. Non sa perché Zampanò gli sta sulle palle e non se lo chiede (da uomo a uomo...). Questo fatto gli costerà niente meno che la vita. Lui stesso riporterà Gelsomina dal suo carnefice all’uscita dal carcere. È lui a dare un senso allo stare con lui: “Se non ci stai tu con uno come lui...” L’Angelo è “il matto” perché non è un uomo come gli altri. È allegro, per esempio...
Le altre donne del film: la madre, la suorina, la ragazza del bar, le donne del circo che cercano sì di aiutarla...
“Lui l’amava” ci dice il film. “La maté porque era mía”, sentivamo dire una volta. Per quello lui ... cinque anni dopo! Torna dalle sue parti e chiedere di lei e della sua fine, e va a piangere la loro sorte sulla sabbia della spiaggia, ubriaco fradicio e fatalmente solo: un disgraziato, naturalmente. Un disgraziato che ha solo saputo provocare dolore e la scomparsa dell’Altro, dell’altra.
Gelsomina è l’innocenza: prima venduta / acquistata per pochi soldi, poi violentata, fatta impazzire dal dolore, ammutolita, assassinata, eliminata. Ridotta lei a piangere come una bestiolina, deprivata una volta ed un’altra da tutte le cose che le fanno piacere, dalle cose belle che sa fare: “ho piantato i pomodori”.
Concludo: La strada non è un film su due poveracci, sulla gente del circo, sulla povertà di parte degli italiani degli anni cinquanta,... ora noi lo vediamo e lo viviamo come una favola sui sopprusi che la donna, specialmente se povera, se sola, nella relazione eterossessuale, accetta e subisce.
Chissà la donna, Giulia, Giuliettta, se è stata felice di far la musa di un genio, questa donna piccolina, con l’aria da ragazzino, così lontana dalle fantasie del marito regista, quelle donne enormi, tutte culo e tette, fantasmi divoranti materni o prostitute... Chissà, ma quello che rimane è Gelsomina, che ci ha suggerito queste parole e di cui sicuramente tante ragazze oggi si saprebbero così lontane.
Dietro il melograno, la neve che è caduta sconvolgendo la vita della città (strade, treni, scuole...) in solo un paio di orette... e cambiando il solito paesaggio per un altro sconosciuto e silenzioso, strano. Il mare (che non ho fotografato) era grigio e minaccioso e la sabbia ricoperta di bianco.