[invece di scrivere: passeggiare e fare foto. Banyoles, mercoledì santo 2010]
Un blogghista a cui ho appena mandato un messaggino con un consiglio di scrittura mi si lamenta della fatica di scrivere (il suo blog) senza ricevere appena riscontro dei lettori. Lui ha un aggeggio contavisite e ne registra un sacco... senza che però lascino traccia alcuna in forma di commenti.
Già, mi viene da dirgli, succede.
Il blogghista di cui sopra è anche poeta ed è stato anche premiato (con premi veri, quelli con tanto di pubblicazione e soldini). Mica mi verrà dire che riceve numerosi complimenti e felicitazioni per la sua attività e men che meno commenti delle poesie... È dura, la vita, come suol dire il nostro Jaume Cabré, che ora forse ha saputo del miele del successo, ma duramente guadagnato,... e dura è l'attività dello scrivere: è tempo, è fatica, è scelta: mentre scrivi non fai un'altra cosa che forse ti fruterebbe un instantaneo godimento, approvazione.
Scrivevo ... o scrivo? anch'io un blog e sicuramente c'è qualcuno dall'altra parte che mi legge e tace. Per no saper cosa dirne, per non sentirne il bisogno, per non sentire ahimè la mia richiesta: "Che ve ne pare?" Quando non mi mancano i commenti poi, mi manca essere stata capita come io vorrei. Proprio come, viene da dire, proprio come nella vita!
Sicché... pazienza cari miei e pazienza mia cara. Il blog rimane tuttavia un cassetto pieno di testi, una piccola o grande memoria dove andare a cercare cose perdute o quasi dimenticate, testi che posso rileggermi sempre che li avrò dimenticati.
Dopo tutto, che pretendiamo, se ci sono al mondo tanti scrittori e così pochi lettori che non scrivano anche loro?
A volte vorresti scrivere su un’impressione ed un giudizio che ti sembrano vivissimi come si scrivono i sogni al mattino presto, prima e per paura di dimenticarli…
Ieri ho visto, insieme a mio figlio, La strada, poco dopo essere andata con gli alunni al Caixafòrum dove è esposta la mostra dedicata a Fellini.
Seduta io, lui sdraiato sui divani, abbiamo accompagnato ‘sta donna, Gelsomina, soffrendo con lei da casa. Mio figlio si lamentava: “Io capisco personaggi cattivi, ma non reggo un personaggio come Lei... “. Poi durante la notte io ci ho riflettuto
Ma, chi è questa donna, Gelsomina?
La proiezione del desiderio maschile: la purezza, l’autenticità, l’offrenda di se stessa, ... Gelsomina trova il proprio luogo nel mondo nell’esistere per l’uomo (“Se non ci stai tu insieme, chi ci sta?” le dice l’Angelo).
Non sa cucinare, non è bella (“sembri un carciofo”... pur sempre un fiore è, ma chi se ne ricorda?), è magra, non le piace nemmeno fare all’amore... che vuole ‘ sta donna? E a che serve ‘sta donna? È la ragazzina –madre (la madonna?) del bambino-uomo, poveraccio lui, ubriacone, violento, che va con le donne (ce le ha tutte, perbacco!)
Lei, la donna dedicata a lui, grandi occhi di meraviglia, in cui si legge l’allegria e la tristezza, due lacrimucie a volte. La donna venduta dalla madre, badate bene, alla morte del padre, per avere in casa una bocca meno da sfamare (non era la morte della madre, che getta Cenerentola in braccio alla disgrazia?)
Cos’ha avuto da questo suo uomo dal nome strano, Zampanò? Un capotto ed un paio di scarpe, un piatto a tavola ed un posto per dormire al freddo. Quando decide di scappare gliele riconsegna...
Non riceve aiuto da nessun uomo. L’Angelo è chiamato così, non perché faccia il funambolo, non crediate, ma perché non sembra avere nessun interesse sessuale nella ragazza. Non sa perché Zampanò gli sta sulle palle e non se lo chiede (da uomo a uomo...). Questo fatto gli costerà niente meno che la vita. Lui stesso riporterà Gelsomina dal suo carnefice all’uscita dal carcere. È lui a dare un senso allo stare con lui: “Se non ci stai tu con uno come lui...” L’Angelo è “il matto” perché non è un uomo come gli altri. È allegro, per esempio...
Le altre donne del film: la madre, la suorina, la ragazza del bar, le donne del circo che cercano sì di aiutarla...
“Lui l’amava” ci dice il film. “La maté porque era mía”, sentivamo dire una volta. Per quello lui ... cinque anni dopo! Torna dalle sue parti e chiedere di lei e della sua fine, e va a piangere la loro sorte sulla sabbia della spiaggia, ubriaco fradicio e fatalmente solo: un disgraziato, naturalmente. Un disgraziato che ha solo saputo provocare dolore e la scomparsa dell’Altro, dell’altra.
Gelsomina è l’innocenza: prima venduta / acquistata per pochi soldi, poi violentata, fatta impazzire dal dolore, ammutolita, assassinata, eliminata. Ridotta lei a piangere come una bestiolina, deprivata una volta ed un’altra da tutte le cose che le fanno piacere, dalle cose belle che sa fare: “ho piantato i pomodori”.
Concludo: La strada non è un film su due poveracci, sulla gente del circo, sulla povertà di parte degli italiani degli anni cinquanta,... ora noi lo vediamo e lo viviamo come una favola sui sopprusi che la donna, specialmente se povera, se sola, nella relazione eterossessuale, accetta e subisce.
Chissà la donna, Giulia, Giuliettta, se è stata felice di far la musa di un genio, questa donna piccolina, con l’aria da ragazzino, così lontana dalle fantasie del marito regista, quelle donne enormi, tutte culo e tette, fantasmi divoranti materni o prostitute... Chissà, ma quello che rimane è Gelsomina, che ci ha suggerito queste parole e di cui sicuramente tante ragazze oggi si saprebbero così lontane.
Dietro il melograno, la neve che è caduta sconvolgendo la vita della città (strade, treni, scuole...) in solo un paio di orette... e cambiando il solito paesaggio per un altro sconosciuto e silenzioso, strano. Il mare (che non ho fotografato) era grigio e minaccioso e la sabbia ricoperta di bianco.
A volte l'anno può iniziare a febbraio. A volte uno non è sintonizzata sul tempo dei calendari. Vi è mai successo?
Ecco, potrei dire che oggi è il primo dell'anno 2010 per me. Mi spiace non ho potuto iniziare prima, ero troppo occupata altrove, o da nessuna parte. Ora sono tornata. Nessuno se n'è accorto: sembrava che ci fossi...
Carico una foto: è il fondo della fontana del chiostro piccolo di Santes Creus. Mi piace questo insieme di geometria, elementi vegetali, polvere, coccole dei cipressi, rametti, luce...
Per un fortunato caso, cioè, grazie ad un'alunna della scuola che lavora in una casa editrice, ci sono arrivate delle novità in tre lingue, tra cui l'italiano, e così ho potuto leggere dei libri che non avrei mai trovato da me. Uno di questi, La memoria dei vivi, di una tale Rosella Milone, napoletana, appena quarantenne o quasi, che in tre racconti lunghi mi ha affascinato, e questo dalla prima pagina. Sono felicissima di averla letto e la aggiungo alle mie scrittrici "di famiglia", quelle che medicano e curano come non lo fa il medico -o la dottoressa- della mutua.
Ci vedo un modo di scrivere, che non è solo uno stile, ma uno sguardo sulla realtà, sulle cose che succedono o non succedono, diverso, ... Si fa in fretta a dire e non è facile da spiegare, ma queste scrittrici per me giovani guardano la realtà con occhi diversi, perché la vivono in modo diverso, perché la realtà è profondamente cambiata, e loro ne danno testimonianza forse di più rispetto ai loro colleghi maschi. Penso alla Parrella e penso alla nostra Moure, tra cui a livello inconscio stabilisco un legame. Diverso da some la guardavano le scrittrici della nostra o della generazione anteriore, le nostre mamme o le nostre nonne. Difficile da spiegare in un post ma io lo percepisco così e saprei spiegarlo se proprio dovesse farlo. Mi sono davvero goduta la lettura insomma.